Quando sono andato a Roma ho vissuto per un mese in un appartamento con due coinquilini, una di cui era una casertana. All’inizio ho avuto delle difficoltà a capirla perché usava tante parole tipiche del centro-sud che non conoscevo.

Per esempio, invece di comprare, “pigliava” delle cose. Dopo essersi “ritirata” (tornata a casa), non andava a dormire, ma a “corica’” (coricarsi). Non aveva fame, “teneva” fame.

Le “stampelle” non erano attrezzi per aiutare a camminare ma per appendere gli abiti (grucce appendiabiti).

Alcune parole erano pronunciate con delle consonanti doppie: “libbero”, “subbito”, “sabbato”, “Flamminio”. Per il resto, usava il “mo” romano (ora, adesso) e semplificava alcune parole: l’articolo definito “la” diventava “’a” (“’a domenica” per dire “la domenica”) e i verbi erano troncati: “fa’” invece di “fare”, “camminà’” invece di “camminare”, ecc.

Conoscevo già prima alcuni di questi aspetti grazie ai film e alle serie che si svolgono a Roma, ma “pigliare” e “coricarsi” erano proprio nuovi per me.